Alcune note in ‘Doktor Wolf’ sull’architettura sotto la svastica

… E siamo al secondo capitolo del mio ormai famoso “docuromanzo” (ancora inedito!) su Hitler e il nazionalsocialismo.

Il libro è strutturato in quattro parti: Introduzione su celluloide (di cui fanno parte anche le paginette che vi ho copiato qui sotto), Libro Primo (la Germania al tempo della Repubblica di Weimar e l’ascesa di Adolf Hitler alias Doktor Wolf), Libro Secondo (gli anni della dittatura, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale) e Libro Terzo (la disfatta tedesca e il dopoguerra).

 Lida Baroova chiamata "Lidushka", 
l'attrice cecoslovacca per la quale Goebbels era quasi pronto a lasciare sua moglie 
e a mandare al diavolo Adolf Hitler.

 

Il “docuromanzo” racconta di episodi più o meno noti, presentando una galleria di variegati personaggi che ebbero a che fare con i gerarchi nazisti e con i diversi aspetti della dittatura (per loro volontà o per loro disgrazia); il tutto in una cornice altrettanto storica. È infatti il 1992. Il Muro è caduto da poco. Siamo in Baviera, nei pressi di Berchtesgaden, più precisamente in una zona nota come Obersalzberg (non distante dall’Austria), là dove si trovano il bunker sotterraneo  e il “Nido d’Aquila”, ancora oggi molto visitati. Un gruppetto di intellettuali da diverse parti d’Europa (riuniti sotto la denominazione “Circolo dei Lumi”) s’è dato convegno in un hotel tra i monti per preparare la documentazione del loro tema di studi di quell’anno: sulla figura del Führer e sul nazionalsocialismo, appunto. I fatti personali dei cinque studiosi e le immagini riproposte sulla recente Riunificazione delle due Germanie (evento che riscatena in Teutonia un antisemitismo e un razzismo alquanto violenti) si intersecano con l’argomento principe del meeting…

     

Ecco dunque – dopo le prime pagine del libro, già proposte qualche giorno fa – il proseguo di Doktor Wolf – storia di Hitler e del nazismo.

 

 

 

IPOTESI ARCHITETTONICHE

Lasciandoci alle spalle l’albergo montano, trotterelliamo per i tornanti asfaltati giù verso il ristorante più prossimo, situato accanto al bunker sotterraneo che già ospitò Hitler… Doktor Wolf… e i suoi seguaci. Il posto è oggi meta di turisti e, come intuisco, presto toccherà anche a noi di addentrarci per quei cunicoli. La natura tutt’attorno è selvaggia e dirupata, la strada sdrucciolevole. Raramente ho provato la sensazione che la sede prescelta per una sessione di studi fosse così poco appropriata per una manciata di teste “illuminate”. L’intellighenzia fa volentieri a meno dei terreni scabrosi, accidentati, così come delle sacche d’aria e dei sabbioni. Abbiamo i nostri tabernacoli, da qualche parte all’interno di un solido edificio turrito, le nostre libresche sentine di vizi, i nostri balconi sotto docili chiari di luna. Come se non bastasse, a queste altitudini occorrerebbe un vestiario d’alpinisti, un costume che – al pari di una sahariana o di una tuta da manovale – andrebbe parecchio a discapito della nostra aria professorale e ultracivica. La nostra provenienza valligiana… anzi: di pianura, da altezze modeste… è sottolineata dalla maldestrità con cui, incolonnati, procediamo sulla ghiaia al lato della discesa: Ludwig in testa – efebico hippy –, meno impacciato degli altri anche grazie ai tacchi alti delle sue scarpe, che fungono da freno; Rudnicki dietro di me, con notevole affanno e sollevando nuvolette di polvere. Dovrei forse invitare il Grande Vecchio a saltarmi in groppa e poi trasportarlo lungo l’alpe a saltelloni…

Quantunque io sappia già che, come ogni anno, si tratterà di una stimolante tavola rotonda (ognuna delle nostre riunioni corre sul binario della polemica; e non scordiamoci della tacita scommessa tra me e il viennese su chi di noi trascorrerà le notti con la Bonfanti), quasi mai ho percepito un tale disagio come questa mattina di sabato a Berchtesgarden, in uno scenario reso ancora più stupendo dalle favorevoli condizioni meteorologiche di una primavera di stampo italico. Sarà forse per via dello spiritus loci che pare essersi conservato intatto, per niente offuscato dai cinquant’anni trascorsi, che mi sento brividoso.

Mentre pranziamo alla locanda, accade ciò che speravo e che nel contempo temevo: Ernestus (o Ernst) Rudnicki mi porge la sua gonfia cartella e mi fa: “Desidero che sia lei, in primo luogo, a guardarsi questo po’ po’ di fotografie. Perché… lo avrà capito… anche stavolta spetterà a lei di compilare un rapporto riesumativo sulla nostra ricerca, di trovare la forma e i mots justes, rendendo l’atmosfera dell’epoca con l’aiuto del materiale illustrativo”.

Mirabile dictu!

Allungo una mano al di sopra delle stoviglie per prendere il gravido involucro. Soppesando la vastità della materia, sono perfettamente conscio che sarà un compito ingrato. La nostra associazione ha già pubblicato studi su svariati argomenti: la rivolta studentesca all’università di Berkeley in California; i mali del colonialismo in Africa con specifico riguardo per Ghana, Togo, Burkina Faso e l’intera Africa Occidentale; strategie di sopravvivenza nell’odierna Gerusalemme; gli influssi della musica Klezmer sul pop mitteleruropeo; il movimento artistico d’avanguardia CO.BR.A… Ma questa è un’altra faccenda. Innanzitutto, sull’antropologia del male non si può scrivere abbastanza, e la sostanza fattografica finirà per straripare dai miei cassetti. Inoltre, a pubblicazione avvenuta il mio nome spunterà – come sempre – solamente sul risvolto di copertina, e anche là solo in quarta e dunque penultima posizione (in base all’ordine cronologico di appartenenza al gruppo). Il primo nome sarà, coerentemente, quello di Ernestus Rudnicki, in qualità di fondatore e capo indiscusso del ‘Circolo dei Lumi’ (in inglese: ‘Age of Reason Club’).

Ho tentennato uno zinzino prima di accettare il voluminoso faldone, e in questi pochi istanti nessun altro membro ha voluto offrirsi in vece mia per alleggerirmi dell’oneroso onere. Del resto non avrei potuto attendermi nessun sacrificio da parte di uno svanito direttore d’orchestra senza dimora certa, di un allegro critico del capitalismo e di una variegata regista cinematografica: tipici rappresentanti di quella risma di intellettuali sempre superindaffarati. Al loro cospetto, il sottoscritto è un bacherozzo. E circa Rudnicki: lui non scrive una sola parola fin dai tempi della penna d’oca! Cioè: ha un paio di segretarie alle quali detta gli articoli per i quotidiani e i periodici che se lo contendono, e le ragazze li dettano a loro volta a un computer. Sarebbe una sfacciataggine, a dir poco, pretendere dalla nostra guida spirituale che si scriva da sé il resoconto del convegno… Rudnicki effettuerà come al solito la revisione del manoscritto e proporrà questa o quella modifica, prima di rilasciare l’imprimatur.

Anche se non ce ne sarebbe bisogno, ora l’anziano letterato si giustifica: “Sono pur sempre un tedesco e sarebbe bene che il tema in questione venga scandagliato per così dire dall’esterno, secondo un’angolatura lievemente eccentrica…”

La sera stessa, in albergo, tutto solo nella stanza (Paola non è venuta da me. Verrà più tardi? Domani? O si trova già in compagnia di lui?), mi guardo le fotografie. Appena la metà di esse sono originali o copie di originali, mentre l’altra metà è stata ritagliata da giornali ed è corredata da didascalie o note scritte a mano. Dapprima abbarruffandolo e scompigliandolo tutto (può anche darsi che lei non si sia ancora decisa, che abbia rinviato la scelta dell’amante di turno), poi con attenzione crescente, studio il materiale a mia disposizione e inizio a riempire le pagine del taccuino.

 

Il nazionalsocialismo sposò visioni ingegneristiche da nuova frontiera con riti barbareschi e truculenti, spettacoli inscenati con la furia di un terremoto, ridestanti l’angoscia e la disperazione delle camere di tortura. Sintomatica per quel periodo fu la divinizzazione del presente (militarizzato) attraverso richiami vagamente classicisti. Erigendo musei cimiteri statue, organizzando archivi collezioni feste giubilei protocolli congregazioni e raduni, nonché podii aperti e pellegrinaggi in luoghi “eroici”, i capi riuscirono a ricavare dall’epifania (cioè: dal manifestarsi alle folle del Führer) un’incondizionata eucarestia (la comunione dei fedeli; in questo caso, delle masse sottomesse). Un prostrarsi totale… ed euforico. Ne risultò una fantasmagoria terribile, robaccia scadente. Kitsch. Pessimo gusto.

L’architettura hitleriana era fatta di pantheon, edifici con porte e finestre per ciclopi, divinità nude, sculture di atleti… perché nessuno dubitasse della superiorità dei germani. Dietro a tanta illusoria magnificenza, si accavallavano le incongruenze. Göring fece arredare il suo ufficio al ministero in uno stile sfarzosissimo che provocò nei colleghi invidia e attacchi di bile. I bonzi derubavano e si derubavano scambievolmente, tradendo di continuo l’impossibilità di celare la loro natura di canaglie illetterate, per tacere della modesta derivazione sociale. Appena oltre le facciate celebrative – e protettive – si spandeva puzzo di carne umana combusta. I sottoproletari di una volta, messa al braccio la fascia con la croce uncinata, fremevano di un orgoglio che non conosceva scrupoli. Non raramente, episodi di immoralità e corruzione punteggiarono il curriculum dei funzionari di partito.

Ma a quale classicismo si ispirarono gli architetti del regime? Sembra quasi che avessero volutamente ignorato tutte le nozioni sui valori plastici e sulla plasticità pura. Sappiamo benissimo che cosa accomuna i despoti di ogni epoca e luogo: la loro predilizione per le balconate (siano esse di marmo o di cemento)! Non fu Hitler il primo dittatore moderno: prima di lui si era già profilato Stalin. E non scordiamoci di Mussolini! (Stalin, ad atrocità, assomigliava a Hitler più di quanto non gli assomigliasse il Duce. Mussolini, ammettiamolo pure, dimostrò uno squisito senso per le coreografie ma, al di là della tragedia che contrassegnò il ventennio fascista, la sua persona non riuscì mai ad affrancarsi dall’aura innegabilmente operettistica.) Quale artefice del “Reich dei mille anni”, Wolf/Hitler covava l’ambizione di lasciare ai posteri imponenti vestigia, monumenti che lo eternizzassero. La grandiosità delle concezioni (“grandiosità” in senso di misure) vorrebbe richiamarci alla mente le visioni eclettiche dell’Antica Roma con, in più, la solenne eleganza del Rinascimento. Ma nelle opere dei nazisti c’è solo la sterile arroganza dei megalomani. Nessun riferimento all’Alberti – il Romano per eccellenza – che, come poi i suoi scolari e imitatori, visse nel suo tempo la vita classica idealizzata. Neanche un accenno alle leggiadri cupole del Brunelleschi (la più leggiadra si posa su otto finissime, sottili coste di marmo). Nemmeno una traccia di Michelangelo e delle sue immani come pure fosche absidi… Tutti i progetti nazisti sono acutangoli e strepitano striduli, similmente alla voce del Führer mentre arringa la calca. Al cospetto degli edifici del nazionalsocialismo, finanche i più disumani imperatori della caput mundi si lascerebbero sfuggire un “oh” di spavento; insieme a un gesto scaramantico.

Osservando le fotografie (che, purtroppo, non mostrano orrori di matrice esclusivamente architettonica), mi risuona in mente la Marcia funebre. A ripensarci, Paola ha forse selezionato per davvero il soundtrack più confacente. Doktor Wolf era sempre pronto a spiegare l’esecuzione di massa come atto necessario nella cornice della “lotta per l’esistenza”, riferendosi nebulosamente ai principi della teoria socialdarwinistica (“Nella natura trionfa sempre il più forte”). Gli ebrei erano il chiodo fisso del Terzo Reich. I gerarchi giustificavano la carneficina identificando il Popolo Eletto con il Male. A coloro i quali, anche se di orientamento antisemita, si mostravano sconvolti da tanta crudeltà, i capi nazisti replicavano: “Gli ebrei hanno ucciso Gesù!” L’Olocausto veniva così puntellato con un pretesto religioso. Vero è però che, entrando nella NSDAP, gli iniziati dovevano compiere un’apostasia, abiurando il cristianesimo…

 

Lascia a dir poco di stucco il fatto che Hitler invitò a pranzo, in più occasioni, un’attrice ebrea, e ciò in piena fase di repulisti razziale.

Nell’opinione di Diner (Dan Diner: storico tedesco di discendenza ebrea), non si può dire che i nazisti agissero razionalmente o irrazionalmente. Essi agirono… antirazionalmente.

La convinzione comune di sempre (comune anche al sottoscritto), che voleva Hitler… Doktor Wolf… privo di senso artistico, si rivela infondata in seguito al ritrovamento di schizzi realizzati di sua mano. Essi riguardano il progetto di un teatro nella città di Linz, in Austria, dedicato al compositore Anton Bruckner. L’autenticità degli schizzi non è messa in dubbio, avendoli Hitler consegnati di persona all’architetto Albert Speer. Ma d’altronde il Führer aveva studiato architettura da autodidatta. Inoltre, in gioventù si era cimentato nella pittura, quando ancora – probabilmente – neppure si sognava di entrare con tanta caparbietà nei libri di storia. Sappiamo che svolse il mestiere di imbianchino, ed è plausibile che lo strizzar l’occhio alle arti figurative si basa su un curioso malinteso linguistico: in tedesco, il vocabolo Maler indica tanto l’operaio che dà una mano di vernice a una parete (più segnatamente: Anstreicher), quanto chi dipinge. Hitler aveva fallito nel proposito di raggiungere lustro come maestro del pennello, e tuttavia da adulto non accantonò la pretesa di esprimersi “artisticamente”. Tiranno senza cuore e artista: perché no? Il genio non è forse multiforme? Prendiamo Goethe (poeta-naturalista), Leonardo (dipintor-scienziato), Michelangelo (pittore-scultore-poeta), Händel (impresario-compositore)…

Tornando al progettato auditorium, che avrebbe dovuto ospitare una grande orchestra (spazialità e visioni geopolitiche: le corrispondenze sono palesi), nonché a un monumento commemorativo sempre per Anton Bruckner, comprendiamo come le scelte del famigerato dittatore fossero condizionate più dal midollo spinale che dal cervello. Bruckner (1824-1896) non aveva mai nutrito una grande passione per i miti germanici. Aveva sì finito per adorare Richard Wagner, poi venerato anche dai nazisti, ma di Wagner il compositore di Linz prendeva sul serio solo la musica, non il testo o la tematica delle opere. Mentre stava terminando la sua V Sinfonia, assistette a Bayreuth all’Anello dei Nibelunghi e, alla fine della Valchiria – seconda opera della tetralogia –, chiese perplesso: “Ma, dite: perché la donna viene bruciata?” Chiaramente gli sfuggiva il significato del cerchio di fuoco con cui Wotan circonda la dormiente Brunilde per proteggerla…

Per fortuna, sia il teatro sia un paio di altri progetti hitleriani per Linz (città amata, dove il Führer avrebbe voluto ritirarsi nella vecchiaia) rimasero nel mondo delle idee.

Forse ancora più rappresentativi per le tendenze creative del piccolo caporale austriaco sono i piani destinati a Vienna. In conformità a essi, il quartiere ebreo avrebbe dovuto essere demolito, completamente cancellato dal volto della metropoli mitteleuropea. In luogo del ghetto sarebbero dovuti sorgere palazzi grandiosi, sedi degli uffici ministeriali e di altri dipartimenti del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Un viale, fiancheggiato da edifici monumentali e in stile austero, avrebbe dovuto partire dal punto preciso in cui Sigmund Freud abitò e lavorò. Al posto dell’ex domicilio dell’autore de L’Interpretazione dei Sogni era previsto un obelisco che commemorasse le vittorie del nazionalsocialismo.

Ritorniamo ad Anton Bruckner: quando nel 1868 il compositore si trasferì a Vienna, fu di spicco il profondo divario esistente tra la sua natura timida, rustica, e la vivace mondanità tipica, in quegli anni, della capitale austriaca. Il fronte dei sostenitori della musica di Brahms a lungo osteggiò Bruckner, le cui opere furono spesso accostate a quelle di Wagner.

Un po’ in egual modo, Adolf Hitler si sentì ripudiato da Vienna, alla quale rimproverava di essere popolata da troppi slavi, da troppi ebrei. Dopo il fallito esame di ammissione alla Kunstakademie, tornò, o meglio fu costretto a farlo, nella provinciale Linz (1907). Anche il suo secondo tentativo per entrare nell’Accademia di Belle Arti fallì (1908). Infine si trasferì nella capitale per un più lungo periodo (1910-1913), dove abitò non in un ricovero per senzatetto, come più tardi ebbe a dire, bensì in un complesso di piccoli monovani per uomini scapoli. Vienna non gli diede mai le soddisfazioni cui lui aspirava. Da qui la voglia di “fare piazza pulita”, manifestatasi un paio di decenni dopo. Il trasferimento del 23enne a Monaco di Baviera, nel 1913, avvenne per sfuggire alla chiamata di leva da parte dell’odiato impero austro-ungarico. Da giovane, l’artista fallito si era imbottito di scritti che inneggiavano alla germanicità e al “Deutschtum” (ovvero ai tedeschi purosangue). Oltre agli slavi, agli ebrei e alla monarchia asburgica (che aveva un carattere multinazionale), Hitler non nascose il suo disprezzo per la sinistra internazionalista, secondo lui rea di tradimento verso la Germania.

Le copie di copie di fotografie sparpagliate davanti a me non possono trarmi in inganno: dietro alla maschera di efficientismo dei nazisti regnava il Medioevo. Mi par di vedere uno dei generali, nella sala di comando, che si gira verso il finestrone prospiciente la Valle di Giosafat e, ponendosi una mano dietro l’orecchio, esclama divertito: “C’è una certa agitazione, tra la plebaglia!” Se c’era un’avvisaglia di protesta, in vero, ci pensavano le speciali pattuglie a ripristinare l’ordine. Persino una parola un tantino ambigua, sussurrata a un vicino di casa, un commento appena appena critico verso il governo, potevano significare la via diretta per il campo di concentramento.

 

 

I lager nazisti: edifici a forma di figure di scacchi, che alcuni vogliono fossero stati progettati dall’architetto Peter Behrens.

Dopo la morte di questi, nel 1940, molti suoi incartamenti sparirono e il suo studio di design e architettura venne sgombrato. Behrens, che non aveva eredi, aveva misteriosamente tagliato tutti i ponti con la propria famiglia. Non aveva mantenuto i contatti neppure con la compagna di una volta, l’ebrea Else Oppler-Legband, che se n’era fuggita in Svezia agli albori degli anni Trenta. Molto oscuro l’operato di questo rappresentante del modernismo durante il nazismo… Behrens fu più volte elogiato da Albert Speer, l’architetto pupillo di Hitler, e arrivò a conseguire notorietà mondiale. Ciò malgrado (dicono certe fonti) rimase sempre, in certo qual modo, inviso al regime della croce uncinata, che avrebbe desiderato limitarne l’attività.

 

Immagini di gente nuda e denutrita dietro i fili spinati…

Fu una squadra di assolventi universitari ad assumersi l’incarico di calcolare il diritto che avevano alla sopravvivenza – da schiavi – o alla condanna a morte i gruppi etnici che erano di peso al Reich. I dottorandi si servirono di formule matematiche: un lavoro scientifico, a prima vista; in realtà, senza alcuna base logica. I “calcoli” si basavano sulla priorità dei cosiddetti ariani di deliberare sul destino di tutta l’umanità.

Beh, maledizione: che nessuno mi venga a parlare di classicismo nazionalsocialista.

Semmai, ci si può credere all’interno di un carcere del Piranesi.

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