Come si lavorerà domani? Ecco come!

L’inizio di Transits, romanzo distopico.


M
i inocularono una sostanza nella nuca, poi mi trascinarono in un’ampia sala, dove mi costrinsero a mettermi a cavalcioni di una bicicletta senza ruote. L’ambiente era in penombra: potevo riconoscere un’infinità di spalle ondeggianti e il lampeggiare di una spia di controllo sul manubrio di ciascuna delle cyclette. Mi ordinarono di premere sui pedali. Ubbidii controvoglia, mentre un venticello artificiale mi spettinava le sinapsi. Su un enorme schermo scorreva il film di una strada di campagna, come un desktop animato. Tutt’intorno c’era il sibilo delle dinamo, un ronzio ininterrotto di mosche ubriache: gli altri prigionieri pedalavano con foga, molti magri fino all’osso, tutti con lo sguardo fisso sulla strada in panavision.

I mastini che mi avevano condotto fin lì si allontanarono. Ne approfittai per rivolgermi a un vicino di fila. «Ehilà, amigo!» lo chiamai. Ma non mi diede retta. Il rumore dei meccanismi era troppo forte, impossibile capirsi. Vidi che lui aveva gli occhi sbarrati, in preda a un’estasi chimico-motoria. Pian piano la droga fece effetto anche su di me. Nel mio cervello una voce iniziò il countdown: FIVE-FOUR-THREE… TWO… ONE… Dapprima ci fu un lampo perfettamente bianco, come di lampada al magnesio; seguirono diversi sismi cerebrali e il sussulto dei muscoli delle gambe. Mi aggrappai al manubrio, concentrandomi sullo schermo. Ben presto la bici si trasformò in un razzo.
Pedalavo e ghignavo. Correre, correre… Il fine era la via stessa. Ogni tanto un tubo di gomma si calava dal soffitto, consentendomi di succhiare una pappa viscida ma nutriente. Evidentemente i sensori che mi avevano applicato agli arti e al petto registravano il livello delle riserve noradrenaliniche…


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Dovevo molto alla Kosmos Enterprise. Mi aveva consentito, tra l’altro, di lasciare il mio malfamato quartiere e di andare ad abitare in un ghetto esclusivo per impiegati d’alto rango. Certo, il trasferimento comportò la seccatura di dover rinunciare alla compagnia del buon vecchio Allen, una specie di Buddha ex sessantottino dotato di cultura enciclopedica (per anni io e Allen avevamo condiviso la stessa tana), ma ora contava soprattutto il sapermi sistemato e percepire uno stipendio vero.

La centrale europea della Kosmos Enterprise, un grattacielo tutto vetri e acciaio temperato, era ubicata a Colleverde, nel ventricolo più sano del cuore della metropoli. L’edificio era avvolto in una nube di insondabile mistero. Vi entrai la prima volta in un lunedì d’aprile, incoraggiato da un’agenzia headhunting. Quelli dell’agenzia mi avevano assicurato che la posizione di operating manager faceva giusto al caso mio. Così spolverai il mio abito migliore e andai all’intervista. L’oroscopo mi era favorevole: “Cancro: in questo periodo le stelle vi danno maggiore concretezza, facendovi progredire nel lavoro, negli affari e in ogni questione di ordine pratico.” Ero tuttavia pieno di dubbi: sia a causa della mia scarsa scolarizzazione, sia perché nessuno era riuscito a spiegarmi che diavolo è mai un operating manager.
Non nutrivo nessuna speranza di essere assunto. Ma d’altra parte, perché non tentare? Ormai avevo collezionato così tanti “no” che uno più, uno meno…
La nota positiva di quei colloqui era che gli intervistatori sembravano immancabilmente attratti da me. Non pochi di loro mi invitavano a pranzo, “per conoscermi meglio”. Io di solito accettavo solo i meal tickets delle intervistatrici e imbastivo storie pretestuose per rinunciare a quelli dei loro colleghi maschi. La nota negativa era che tutti si rivelavano essere più noiosi di quanto non fosse lecito attendersi. Ma stavolta forse sarebbe stato diverso. Mi ripromettevo di non annodare vincoli di letto. Del resto, la Kosmos Enterprise sembrava una ditta seria. Perciò mi incitai: «Vai, Pat, vai!»
Nell‘androne, in mezzo a mucchi di immondizia, alcuni bambini giocavano con i loro miniesemplari di equus. Erano tra i più fortunati: di solito questi giocattoli (imitazioni ben riuscite degli ippoandroidi in dotazione all’esercito) potevano permetterseli in pochi, dato che costavano un occhio della testa.
Uno dei ragazzini aveva con sé un piccolo cane che, nel vedermi, abbaiò selvaggiamente.
Mi chinai sul pulcioso dicendo: «Sai solo abbaiare, cagnolino? Non mordi mai?»
«Attento che morde pure!» esclamò il moccioso, che era affetto da strabismo.
Lo osservai inarcando le sopracciglia. Conoscevo suo padre: nel suo appartamento allevava cani, e anche gatti, che faceva ingrassare prima di spacciarli come prelibatezze. Erano prelibatezze. Io stesso avevo mangiato di quella carne sotto gli occhi inorriditi di Allen, che era un vegetariano della prima ora, e potevo dunque testimoniarne la bontà.
«Non puoi giocare come gli altri, eh?» dissi al piccolo strabico.
«Si chiama Bello», si limitò a dire lui, trattenendo il cane che, ora ringhiando, avrebbe voluto avventarmisi contro, attentando alla salute dei miei calzoni.
«O-oh», feci, sgusciando via. «Scommetto che non ha nemmeno un pedigree.»
Guercino mi guardò senza capire.
«Un albero genealogico. Una famiglia. Non ce l’ha.»
«Oh sì, invece», mi contraddisse, mentre io ero già sul portone. «La mamma di Bello si chiama Momo, i fratelli Ingo e Immo. Il papà, Dracula, è morto lo scorso dicembre.»
«Morto cucinato», lanciai da dietro le mie spalle.
La strada pullulava di gente: l’armata dei senzalavoro. Non si può dire però che fossero sfaccendati. Da quando il governo non elargiva più il sussidio di sopravvivenza, i cittadini si dedicavano a molteplici traffici. Chi non si ingegnava, chi non aveva nulla da vendere, nemmeno i propri organi, finiva indigente, a morire sotto un ponte o un cavalcavia.
A me serviva urgentemente un lavoro. Non che temessi di trapassare in uno degli ormai numerosi “cimiteri dei morti di fame”, come li chiamavano: finché Allen godeva di ottima salute, sarei potuto rimanere al sicuro con lui. Era soprattutto per ricaricare la mia Moneycard. Senza crediti a sufficienza, ci si sente più vulnerabili, a parte che la vita non è vita.
Era una bella mattina primaverile e fu perciò un piacere attraversare a piedi l’intera città. Era ancora troppo presto per imbattersi in qualche criminale prezzolato o in desperados armati di clava o coltello: la feccia più spietata sarebbe uscita solo con il calare delle tenebre, come gli scarafaggi.
Dopo aver ammirato per un po‘ il frontespizio del palazzo su cui capeggiavano le lettere “K.E.”, spinsi la porta ad aria compressa e puntai sulla ragazza al desk. Lei mi indicò l’ascensore dicendomi a che piano dovevo salire. Intanto un guardiano in uniforme, con il distintivo della corporazione e il revolver bene in vista, stava a scrutarmi da rispettosa distanza.
Sbucai dall’ascensore in un corridoio pieno di lampade fluorescenti che diffondevano una luce biancastra. L’ufficio del researcher era a sinistra. Picchiai sulla porta ed entrai.
 
 
 
 
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