Fuga di cervelli o…? Gli italiani emigrati (in Germania)

Il clou dell’editoria indipendente. Un libro dalla prosa curatissima, da leggere e passare ad altri sottobanco. 

 

Neo-romanticismo da Terzo Millennio: il racconto di ciò che significa, in realtà, “emigrare”, essere “emigranti”.

 

I Canachi. Storia d’amore e satira sociale a un tempo. Poesia della disperazione. Il cantico (macchiato di sugo) degli italiani all’estero.

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Estratto:

(…) Otello aveva le paturnie. Allora ci si mise Marco a cercare di sbollirlo. «Ma, mein Freund, perché fai così? Caro, caro paesano. È tutto uno stupido equivoco, sì?».

Il campione sbatté i pugni sul tavolo, ruggendo. Le donne tacevano, sconcertate. Androlli mormorò: «Io non tollero, io non permetto», ma un’occhiata di Otello lo indusse a tirarsi in disparte.

Marco riprese: «Lo so, tu non hai intenzione di fare del male a noi».

Giovanni intervenne nuovamente. Accarezzando una spalla pelosa del cavernicolo, lo esortò: «Beh, smettila! Che è ‘sta democrazia? Dobbiamo darti una botta in testa? Siamo in tanti, avremmo la meglio…». Si notava che la situazione lo divertiva assai. La risata gli sfuggiva persino dalle orecchie. «Non ci riconosci?».

Per qualche minuto ancora, il bruto sbavò e grugnì, come un orso ferito. E poi… poi la sua bocca divenne morbida, le labbra cominciarono a tremare e si appuntirono come quelle di un bimbo a cui avessero fatto la ramanzina. Le rughe attorno ai suoi occhi divennero più profonde, si moltiplicarono. Prese a emettere un mormorio lamentoso. «Io», miagolò, «fare del male a voi?». Scosse i riccioli. «Io a voi? E come potrei? IO VI VOGLIO BENE. Siete gli unici amici che ho!» E, così sviolinando, alzò una delle poderose pale e… accarezzò la pelata dell’attonito Geppo.

L’ultimo liquorino non era stato inefficace: uomini e donne si scambiavano adesso pacche alla rinfusa e si abbracciavano. Poco mancava che si baciassero, simili a fidanzatini a un’orgia: chi, come Giovanni e l’ostrogota, ridendo, e chi, come Androlli e Marco, storcendo il naso o aggrottando le sopracciglia. Il non più impermalito Otello cadde sul petto della cedevole sorella di Babsy, mentre Geppo, tra il serio e il faceto, strofinava sotto il tavolo una coscia di Doris. La Bardame sbirciava con commozione… Viva il famoso goccin in più, ordunque, che pone in primo piano l’aspetto autentico del personale bagaglio di emozioni!


Nell’angolo opposto, non visto, l’indiano Johnny (passeggero clandestino della vita) riprendeva la scena con una minicamera. Se la sarebbe riguardata nel suo rifugio, che una volta era stato uno spoglio sgabuzzino e oggi era uno sgabuzzino zeppo di Elektro-Apparaten. (All’inizio non ci fu che un hi-fi piramidale, cui seguì il televisore, un videoregistratore e chissà cos’altro ancora; il tutto tra calzini che puzzavano di Limburger e mutande che ospitavano colture di funghi.) Sullo schermo sarebbero guizzati, apposta per lui, i protagonisti di una commedia di contingenze: i guerrieri, i gigioni, i signori Sissignore, le anime di disc-jockey, i balordi del cuccurucù lunare, le pulci istruite e quelle dislessiche, gli adepti di Belzebù, i figli di Cyber, i bevitori di crema alla menta e quelli di brodo di giuggiole, gli yuppie, i neohippy e chi più ne ha, più ne metta. A fronte di tale sceneggiata, l’indù avrebbe esclamato, con disprezzo: «The Western World!». Reggendo tra il pollice e l’indice un “cannone“ da cui succhiare avidamente, avrebbe visto ogni cosa e di ogni cosa gli sarebbe parso di cogliere il senso.

Le profondità – si sa – appartengono agli astigmatici.

  Peter Patti – I Canachi. (Independent Publishing)
                                   Copertina flessibile, 248 pagg., 10,20 €
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