Hitler, Bismarck, Ludovico II di Baviera

Ecco le due parti che concludono Introduzione su celluloide, che è per così dire il prologo del docuromanzo Doktor Wolf.

 

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LA TERRAZZA SUL BERGHOF

Giorno 2 del meeting. Nessun cambiamento nei gesti e nella voce di Paola, mentre nel riso, nelle battute e nelle occhiate a me di Ludwig Ludwig posso percepire un che di disgustointronamentovilipendio. Allora anche lui, povero diavolo, non…? Propongo, per il tema dei nostri studi, il titolo ‘Doktor Wolf, cabarettista austriaco’. Ma, sotto le pressioni di Paola e Rudnicki, debbo rivedere la mia idea. “L’elemento grottesco, se c’è, non deve divenire il leitmotiv del nostro lavoro” mi spiegano. “Altrimenti non facciamo che riscrivere il copione de Il Grande Dittatore!” Cerco quindi di polarizzare la loro attenzione su alcune riprese – a colori – filmate da Eva Braun manu propria, nelle quali si vede l’autocrate muoversi a scatto, saltellare strofinandosi le mani con comica contentezza, mostrare un repertorio completo di inconsci gesti convulsi… I due mi invitano con sostenutezza a far sfoggio di maggiore serietà, mentre Ludwig Ludwig ride malignamente – espressione vivente della più tipica Schadenfreude, lemma traducibile con “gioia perfida”, “felicità per i guai altrui”.

“Non posso farci nulla” ammetto. “Questa qui” e indico lo schermo “è una macchietta.” Poi mi zittisco. Può darsi che dipenda dalla velocità leggermente accelerata della proiezione, che Hitl… Wolf, cioè… appare tanto bizzarro; uno scalzacani fuggito dall’ospedale psichiatrico.

Le ricerche ci portano a scoprire retroscena veramente sorprendenti sulla personalità del Führer. Le discordanze caratteriali smascherano senza indulgenza quelle del pensiero. In Mein Kampf si legge:

‘Fermiamo l’eterno spostamento dei germani verso sud e ovest e rivolgiamo piuttosto lo sguardo ai territori dell’est’.

 

 Hitler reputava l’Europa Orientale “spazio vitale”, di cui appropriarsi. Una volta esteriorizzò: “Tutto quello che intraprendo è contro la Russia. Se l’occidente è talmente sciocco da non comprenderlo, dovrò allearmi con i russi, sconfiggere l’occidente e, successivamente, rivolgermi contro l’Unione Sovietica aggredendola con tutte le mie forze”. Ma di bocca sua è anche la frase: “Il nostro più acerrimo nemico è l’America, non l’Unione Sovietica”. Un dittatore opportunista o… maldestro?

Mentre scorre il filmato di Eva Braun, filmato crocesegnato dal tempo, tremolante a tratti e mezzo sfocato come quello di un qualsiasi operatore dilettante, Rudnicki ci racconta dei suoi anni trascorsi a Parigi durante la guerra. “Fu all’estero, da fuggitivo, che potei acquistare una vera e propria coscienza nazionale. Si diventa veramente tedeschi quando ci si pensa su sfondi più vasti” ci assicura. Solleva poi gli occhi sulla tela di lino. Passa mezzo minuto e, indicandoci il panorama alle spalle dell’uomo in uniforme (che, sulla terrazza del Berghof, si mostra all’obiettivo con un sussultare galvanizzato), commenta: “Bellissimo”. È la veduta identica a quella che si ha dall’albergo. Come a ricordarsene solo ora, Rudnicki si reca verso una parete, sposta una spessa tenda con delle nappe verdognole (e lo fa con esultanza e una certa solennità, come se si trattasse di un rito sacramentale) e gorgoglia: “Davvero suggestivo! Ed è magnifico qui, sapete, quando la temperatura scende sui zero gradi e il sole splende per baciare la natura che dorme in una bara di ghiaccio”.
Il “Doktor” intanto conversa con un alto graduato, ha un preannuncio di riso che si plasma quasi subito in una smorfia irritata, gioca con uno dei suoi cani lupo, sparisce dietro l’orlo della pellicola, sbuca di nuovo un secondo dopo come ingrandito (e, da vicino, il suo volto rivela dettagli insalubri), parla al telefono o redarguisce un attendente. Per il paesaggio non ha occhi. Sebbene il documentario sia a colori – e vistosi, pure –, il soggetto appare talmente grigio e incolore che, per quel che mi concerne, potrebbe essere un film per daltonici.

“Chissà che ha detto al telefono” interviene Ludwig. “Non sono riuscito a leggergli le labbra.”

“Forse faceva soltanto finta di parlare. Una posa.”

“Oppure dava l’ordine per un ennesimo pogrom.”

“Già.” Già. Un capo malato.

Dal Mein Kampf:

 

 ‘Io mi trasformai, da quel debole cittadino del mondo che ero, in un fanatico antisemita’.

 

 Posso già anticiparlo: il tentativo di risolvere il dilemma posto da una delle più inquietanti presenze storiche di tutti i tempi rimarrà pressappoco infruttuoso. L’indagine porterà alla luce, tuttavia, particolari della biografia di Adolf Hitler sconosciuti ai più. Parallelamente, tutta una serie di figure e comparse che ruotarono intorno a lui si potranno sganciare dalla loro fatalità di personaggi-ombra per avanzare su un piano più prossimo a noi.

Ma per prima cosa prenderemo in esame alcune affascinanti personalità dittatoriali, di cui la Germania possiede una lunga tradizione.

 

 

 

 ESSERE E POTERE

 Dopo la vittoria nel 1945, gli Alleati, nel corso dell’opera di “rieducazione” dei tedeschi, gettarono in un unico pentolone Martin Lutero, Federico II di Prussia, Bismark e… Hitler. Ma – logico! – questi sono spiriti del tutto discordi. È da rivedere anche la credenza generale che vuole la stirpe germanica votata alla cieca obbedienza e disposta a marciare verso la morte per l’egemone di turno. Come che sia, è vero che, fino al XX secolo, in Germania circolava la frase: “I Kaiser ci hanno sempre detto: ‘Impara a lamentarti senza soffrire!’. E i Kaiser ci hanno detto: ‘Essere forti nel dolore!’…”

Dobbiamo tenere in conto che altro è la Prussia e altro, ad esempio, la Baviera. È un po’ una questione di settentrione e meridione. L’ordine e la disciplina delineano il Bund (la federazione) cui fanno parte gli stati protestanti nord-tedeschi, mentre il resto della Germania si fa spesso notare non dico per il lassismo ma, di certo, per una buona dose di insofferenza (ai superiori e ai loro precetti). Tranne mettersi tutti loro a seguire, nell’evenienza di una profonda crisi socioeconomica, il primo “liberatore” di turno.

Storicamente, dobbiamo tornare a Bismarck e a Ludovico II.

Ludwig II di Baviera, tuttora idolatrato dai suoi corregionali tradizionalisti, durante il suo “governo” si occupò molto poco della Ragion di Stato e sempre più frequentemente diede segni di squilibrio mentale. Come sovrano fu parecchio simile al re di Yvetot, quello della poesia di Béranger (Yvetot fu, fino al 1681, un principato in Normandia), che si alza tardi, va presto a letto e dorme magnificamente, senza gloria. Se quel reuccio avesse sofferto anche di megalomania, sarebbe stato in tutto e per tutto un antesignano di Ludovico o Ludwig II. Ricordiamo i vari castelli che quest’ultimo costruì, svuotando le casse dello stato… Un re da fiaba insomma, che si colloca al di fuori della storia vera… e dunque della Storia.

E la Storia di Germania ci racconta non soltanto di re e principi bellicosi, lunatici o immaturi, ma anche di alcuni – seppure rari – che, alla solita angheria, cercarono d’innestare una parvenza di umanità e… umanismo. È il caso di Federico II di Prussia, il colto, sensibile “Grande Fritz”. Checché ne pensassero i liberatori angloamericani, questo re, che era suggestionato dall’Illuminismo, ha ben poco a che spartire con un despota razzista e dilaniato dalla paranoia quale fu Adolf Hitler. Federico II, salito al trono in un’epoca delineata dall’assolutismo, avviò prontamente una serie di riforme senza pari. Promulgò l’uguaglianza di tutti i cittadini al cospetto della legge, introdusse l’obbligo scolastico, impose all’esercito di non usare violenza immotivata sulla popolazione e ordinò che il frumento e altri beni essenziali venissero venduti a un prezzo ragionevole.

Era un intellettuale. Scriveva, componeva musica, amava le disputationes. I suoi contemporanei lo apostrofarono “il filosofo sul trono”. Tenne corrispondenza con Voltaire e, non accettando l’immagine del Principe concepita dal Machiavelli, scrisse l’Antimachiavelli, in cui definisce il regnante “primo servitore dello stato”. Fin da giovanissimo – di certo per reazione al brutale genitore –, Federico II odiò tutto quanto fosse militaresco. L’uniforme incarnava per lui “un lenzuolo di morte”… Dunque possiamo asserire, con tutta tranquillità, che il Vecchio Fritz fu l’antitesi di Hitler/Wolf.

La dicotomia Prussia-Bavaria o, meglio, tra i prussiani e l’intero meridione tedesco, è una faccenda a sé. Si noti che, tra i primi dieci commilitoni di Hitler, non si trovava nessun prussiano. I prussiani si aggregarono più tardi al partito nazionalsocialista; ma prussiani erano all’incirca tre quarti dei condannati a morte in seguito al fallito attentato al Führer del 20 luglio 1942. Comunque sia: il Reich – prussiano! – non fu che un’autentica scuola che sfornava cancellieri sbirreschi, ministri con la pancia sporgente, legulei mefistofelici e ambasciatori che, pescando a piene mani dalle casse statali, conducevano vita da sibariti.

Su tutti, si eleva maestosamente la figura di Ottone di Bismarck, il celebre “Cancelliere di Ferro”. E nemmeno questo figlio del nord si offre per un paragone diretto con Adolf alias Doktor Wolf. Naturalmente abbiamo a che fare con un reazionario. Bismarck era un uomo di grande cultura – oltre che di palato raffinato –, un diplomatico abilissimo, un valente oratore, che con grande efficienza intercedette tra il Kaiser e le repubbliche e le monarchie del resto d’Europa.

Certo, fu proprio la sua politica estera a causare l’acuizzarsi dello sciovinismo nel Vecchio Continente, sciovinismo che condusse alla guerra del ’15-’18 e poi al nazionalsocialismo. D’altro canto, il cancelliere ha il merito di essere stato uno dei fautori dello stato moderno.

Gli riuscì di fare, del re Guglielmo I, un imperatore, e ciò in seguito alla “grande vittoria” riportata sui francesi. Ovvio: dobbiamo chiederci a cosa avrebbero condotto la sua devozione per la patria e la sua proverbiale operosità se non vi fosse stata un’opposizione in parlamento a frenare tanta fermezza d’intendimenti. Fin dalla fondazione del Kaiserreich (il nuovo impero tedesco), il braccio destro di Sua Maestà l’Imperatore ebbe il suo bravo da fare per rintuzzare le critiche rivoltegli dai contendenti politici. Eugen Richter in maggior misura, nonché Ludwig Windhort, rispettivamente capo del Partito Indipendente – progressista – e del Partito del Centro. Richter e Windhort ce la misero tutta per fare aumentare l’attività delle vie biliosi di Bismarck. Una delle problematiche cardinali della politica interna del Cancelliere di Ferro fu la “questione sociale”, che egli reputò una sfida da parte dell’allora nascente movimento dei lavoratori.

Per “questione sociale” si intende la situazione di crisi, di tipo anche morale, che venne a formarsi durante il processo di industrializzazione. All’interno delle distinte classi si era diffusa la convinzione che fossero necessari provvedimenti volti a migliorare le condizioni del proletariato. In particolare si evidenziavano i segni dell’imperante disagio economico: famiglie dissestate, delinquenza, prostituzione, alcolismo. Le classi dirigenti percepirono il peggioramento generale e lo giudicarono per quel che era: una minaccia per la collettività. Occorreva far qualcosa…

Solo che il Cancelliere di Ferro attribuiva ai tributi del “volgo” un’ignoranza sfrontata e irruente. Nemico di ogni forma democratica, non celava la sua avversione all’istituto parlamentare. Era, decisamente, un “Prence” illiberale.

Trovandosi con le mani legate dal sistema in vigore (che, pure, gli elargiva un compenso strepitoso), non poteva far altro che controbattere eloquentemente ai delegati del proletariato (francesismi e anglicismi infiorivano il suo vocabolario), i pugni stretti dietro la schiena. Ci pare di vederlo, con la spina dorsale rigida, parlare con fredda signorilità… là dove Hitler/Wolf, invece, avrebbe subito una crisi di torcicollis spasticus.

Come Bismarck soffrisse del clima di liberalismo politico, ce lo svelano alcune allarmate annotazioni nei suoi Diari:

 

 ‘Il casato dei Borboni ha fatto molto di più per la Rivoluzione che tutti i Bonaparte’. E, ancora: ‘Se l’attuale unione del Consiglio Federale venisse a indebolirsi e se Baviera e Sassonia si mettessero a tramare complotti insieme a Richter e Windhort, l’opposizione parlamentare si irrobustirebbe molto, troppo. Perciò a questo punto la manovra politica più pertinente sarebbe quella di rivolgersi ai Signori Cugini, ai principi cioè e a tutti gli esponenti delle varie dinastie’.

 

 Dopo essere stato deposto dalla carica (le grandi catastrofi stavano appressandosi e la bella società pensava a trastullarsi con i valzer di Strauss padre e figlio), Otto von Bismarck non fu messo del tutto in disparte; anzi: la sua padronanza della materia politica e la sua sagacia diplomatica gli consentirono di rimanere sulla cresta dell’onda. Impartì spesso consigli ai ministri e ai dignitari che gliene chiedevano.

Mentre Hitler/Wolf ricorrerà a slogan battaglieri e a frasi-chiavi per il suo sogno di conquista intercontinentale, il suo più nobile archetipo, pur accarezzando l’idea di una Germania grande e potente, resta coi piedi ben piantati sul terreno. Osserva, analizza i dati di fatto. I suoi pensieri e le sue azioni non si orientano verso un’unica direzione, con modalità monomaniaca e prettamente aggressiva, ma abbracciano tutti i campi della vita, inclusi i più comuni. Adolf Hitler sarà il rappresentante più emblematico dell’immoderatezza dispotica; Bismarck, pur se anch’egli fornito di tutti gli elementi che stigmatizzano le personalità tiranniche, fa sfoggio di un’educazione conservativa e comunque a modo suo molto civile: ‘Frutto di lavoro serio e assennato è Essere e Potere’. Sicuro: Bismarck non teneva in mano le redini della nazione germanica tutta; ma, anche se fosse stato così, dal confronto con Hitler esce nettamente vittorioso: con le sue ben formulate catalinarie (là dove il “nostro” invece farfuglierebbe incazzato), con le sue filippiche dall’impostazione classica (là dove Hitler ordinerebbe l’intervento di squadre di picchiatori), con il suo orologio con catena d’oro nel taschino del panciotto…

Nei Diari del cancelliere ho scovato questa pagina, scritta dopo il suo “siluramento”:

 

 ‘Non posso negare che la fiducia nel carattere del mio successore è parecchio diminuita quando ho appreso che il medesimo ha ordinato di far abbattere gli alberi davanti al suo – e già mio – appartamento. Per secoli questi alberi hanno costituito un abbellimento rigenerante, e perciò insostituibile, nell’area in cui sorge la Residenza. Di sicuro l’Imperatore Guglielmo I, il quale in gioventù trascorse nel giardino tante ore felici, si rigirerebbe inquieto nella tomba se venisse a sapere che proprio un suo ex ufficiale della Guardia ha fatto abbattere i vetusti, cari alberi, di cui né a Berlino né nella circostante regione se ne potevano trovare di consimili. E questa operazione inaudita con la scusa di ottenere UN POCO PIÙ DI LUCE *).

‘Tale impeto di distruzione, di danneggiamento della natura, non è assolutamente tipico dell’indole tedesca, bensì piuttosto di quello slavo. Gli slavi e i celti, senz’altro tra di loro imparentati, non sono affatto amici degli alberi, e chiunque fosse stato almeno una volta in Polonia o in Francia ha potuto rendersene conto; i loro villaggi e le loro città sorgono in zone prive di verde, erigendosi direttamente sullo spoglio terreno, in similitudine a un giocattolo di Norimberga poggiato s’un nudo tavolo…’

 

 È difficile immaginare un Hitler che, sul suo diario, prenda le difese di qualche bene naturale in modo tanto appassionato (ammesso che tenesse un diario: quelli finora apparsi si sono rivelati niente più che svergognate falsificazioni).

No, Hitler (o Wolf) non avrebbe speso un solo minuto per… degli alberi. E questo è uno dei motivi per cui in questo libro si parla proprio di lui e non, ad esempio, di Ottone Principe di Bismarck. Hitler è attualissimo (nel mondo si stanno registrando, presentemente, alcuni tentativi di fondare altri cruenti Reich). Hitler è una macchia su annali a noi non distantissimi che vorrebbe costringerci, ancora, a cadere sulle ginocchia e arrenderci. Hitler tiene inchiodata la nostra attenzione, spingendoci a un singulto disperato…

 

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*) In italiano nel testo.

Peter Patti – Doktor Wolf – Storia di Hitler e del nazismo.

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