Philip Roth, R.I.P.

Alla fine non ha potuto aspettare più. Se ne è andato Philip Roth, il grande americano.

Per una strana ragione, l’accademia svedese non ha voluto dargli il Nobel per la . Un destino che Roth comunque condivideva con tanti altri Grandi della letteratura anglosassone. (A me basta pensare ad Anthony Burgess…)

 

Philip Roth (Newark, New Jersey, 1933 – Manhattan, N.Y., 2018) proveniva da famiglia ebrea piccolo-borghese. E proprio la condizione ebraica nel contesto dell’America opulenta – soprattutto sullo sfondo di qualche metropoli stelle-e-strisce – è stato il tema principale di quasi tutti i suoi libri. 

 Pastorale americana

 Lamento di Portnoy

 La macchia umana

 

 

Raggiunse celebrità con Lamento di Portnoy (1969), uno dei primi di oltre 30 romanzi. A contraddistinguere Roth è la sua relativa velocità di scrittura (a differenza di altri grandi nomi della letteratura americana – vedi Thomas Pynchon). Le sue specialità? Sesso, menzogna, morte, una vita che non si recupera… in questi argomenti, lo scrittore di Newark è imbattibile. (O comunque da mettere su un piano con De Lillo, con il soprannominato Pynchon, con Paul Auster.)

Dopo Il grande romanzo americano (1973, riedito in Italia da Einaudi nel 2014), che è una critica al mito del baseball e ad altri aspetti della quotidianità nel cosmo statunitense, Roth pubblicò storie a sfondo più spiccatamente erotico, quali Professore di desiderio (1978) e Lo scrittore fantasma (1979). 
L’autore passa dall’allegoria alla cronaca letteraria della storia del suo paese con Pastorale americana (1997, Premio Pulitzer).  Pastorale americana – un bellissimo resoconto della provincia statunitense nella sua apparenza e nella sua essenza – traccia la vita, alquanto brillante, di Seymour Levov: uomo bello, intelligente, sportivo, ricco, giusto e saggio che, malgrado tutte queste qualità, viene circondato (e forse sopraffatto) dalla follia, dall’ingiustizia, dalla scorrettezza e dalla bruttezza. Ma questa è solo la vicenda principale del libro, in cui decine di storie irrompono prepotentemente chiedendo di essere raccontate, intrecciandosi e accavallandosi tra loro. Il risultato è un romanzo che di pastorale, cioè bucolico e pacifico, ha solo il titolo.

Di un genere simile sono Ho sposato un comunista (1998) e il fantastorico Complotto contro l’America (2004), che, insieme a Pastorale americana, hanno suscitato accesi dibattiti sia negli U.S.A. sia fuori dagli U.S.A..

I suoi L’animale morente (2001) – in cui torna Kepesh, protagonista di Professore di desiderio –, La macchia umana (2000, trasposto in film da Benton nel 2003) e Everyman (2007) sono riflessioni più intimiste che, attraverso l’osservazione del corpo e del suo implacabile deterioramento, svolgono la metafora dell’ineluttibilità del destino e dello scorrere rapido del tempo.

Tra gli ultimi titoli: Il fantasma esce di scena (2007), Indignazione (2008), L’umiliazione (2009), La controvita (2010), Nemesi (2011), La mia vita di uomo (1974). 
In Italia l’opera di Roth è stata pubblicata principalmente da Einaudi. Per Einaudi è uscito anche I fatti. Autobiografia di un romanziere (2013).

 Il complotto contro l’America: la distopia massima di Philip Roth, che qui fa vincere alle elezioni il razzista Lindbergh (l’eroe della transvolata atlantica sconfigge Theodor Roosvelt!): evento che dà la stura al pogrom nazista in terra americana. Figura narrante è il piccolo Philip (lo stesso autore). Splendide le frequenti notazioni psicologiche.

Insieme a 1984 di George Orwell e a La svastica nel sole di Philip K. Dick, Il complotto contro l’America viene a formare un ideale trittico fantastorico.

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